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Crescere sani

GELOSIA TRA FRATELLI

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Alzi la mano chi, da bambino, non ha rivaleggiato con fratelli e cuginetti per attirare l’attenzione dei genitori.

La gelosia infantile non va drammatizzata: è un aspetto comune e naturale dello sviluppo.

Il legame fraterno è contrassegnato da affetto e solidarietà ma anche da rivalità e gelosie.

Vivendo nella stessa casa, crescendo insieme e avendo gli stessi genitori è inevitabile che facciano dei paragoni e che temano di avere di meno dei fratelli in termini di attenzioni, tempo, risorse finanziarie.

Da questa condizione hanno origine insoddisfazioni, recriminazioni e proteste che spesso continuano in età adulta, sia pure in forme diverse e mascherate.

La gelosia dell’infanzia però non è patologica, ma rappresenta un aspetto dello sviluppo che può essere spiegato in chiave evolutiva.

Alla nascita un neonato è completamente dipendente dai genitori.

Da solo non potrebbe sopravvivere. Presto però, attraverso le cure e le attenzioni che riceve, impara che se i genitori lo amano e lo proteggono non corre nessun pericolo. Se è “nella loro mente” è salvo. Ciò spiega perché i piccolissimi siano molto ossessivi nei confronti delle loro figure di attaccamento e perché esigano attenzioni.

Già all’età di sei mesi possono protestare e piangere se la mamma prende in braccio e coccola un altro bambino. Questo fa scattare la gelosia, un sentimento potente strettamente collegato all’attaccamento di cui è un corollario, e che nasce dal timore di perdere la figura protettiva, il suo affetto, la sua attenzione.

Con la crescita la gelosia assume forme e manifestazioni diverse.

A due anni, per esempio, può esprimersi con colpi, graffi e spinte.

A tre-quattro anni con scontri fisici ma anche con parole e commenti sgradevoli.

Tra gli otto e i dodici anni sono frequenti le derisioni, le sfide, le competizioni.

Se sono moderati, gli alterchi tra fratelli non solo rientrano nella normalità ma hanno anche risvolti positivi. Insegnano infatti a difendersi, ad affermare i propri diritti, ad esprimere i propri sentimenti, a risolvere i conflitti, ad acquisire indipendenza.

Consigli pratici per i genitori

Se da un lato non si può impedire che i fratelli e sorelle provino gelosia, dall’altro si può cercare di attenuarla, quando è eccessiva, con qualche accorgimento

1 Attenzioni individualizzate

Dedicare un po’ di tempo singolarmente a ogni figlio è uno dei metodi consigliati per ridurre la gelosia. Una passeggiata insieme, la spesa al supermercato, la storia letta prima di addormentarsi o semplicemente parlare a tu per tu di tanto in tanto.

2 Coinvolgiamo il più grande nelle faccende domestiche

Richiedere il suo aiuto in alcuni momenti serve per coinvolgerlo e farlo sentire importante. Non dimentichiamo in ogni caso di ascoltare nostro figlio e rassicurarlo.

3 Sì alle differenze e no alle preferenze

Se glielo si spiega, i figli capiscono che non sono tutti uguali e che in momenti diversi uno può avere esigenze che l’altro non ha e viceversa. Trattamenti differenziati e trattamenti preferenziali non sono la stessa cosa. I favoritismi creano risentimenti.

4 Sì all’altruismo

Insegnare ai figli i valori fondamentali della cooperazione, del condividere, della coesione famigliare, e premiare gli sforzi che vanno in questa direzione. Paragonare la famiglia ad una squadra sportiva e sottolineare che i risultati migliori si ottengono quando ci si impegna per raggiungere un obiettivo comune. Gli esempi che si danno attraverso i comportamenti sono più importanti delle parole.

5 No all’iperprotezione del più piccolo

Non si fa un buon servizio all’ultimogenito se lo si iperprotegge: anche lui deve imparare a rispettare i diritti degli altri e a condividere con loro le attenzioni dei genitori.

6 Favorire le amicizie

Incoraggiare le esperienze separate. Vivere in stretta prossimità per lunghi periodi porta a scontri e frizioni. E’ bene che ogni figlio abbia amici, hobby e orari differenti. Evitare di chiedere al più grande di accollarsi il fratello o la sorella minore quando esce con gli amici.

7 In vacanza

Le crisi di gelosi tra fratelli in viaggio possono essere ridotte portando con sé un amico dei figli. E’ sorprendente come questa soluzione diminuisca la tensione e riduca i bisticci tra fratelli e sorelle.

8 Normalizzare la collera

La collera nei confronti del più piccolo è una manifestazione di gelosia. Nel caso in cui il più grande cerca di fare del male al piccolo è necessario bloccarlo fisicamente. E’ importante evitare di fargli provare vergogna  ma, piuttosto, è più produttivo riconoscere i sui sentimenti e aiutarlo a diventarne consapevole.

Dopo che la gelosia è stata accettata e normalizzata diventa più facile parlarne e trovare soluzioni accettabili. Il bambino stesso, se incoraggiato, diventa in grado di individuarle.

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IL BABY BLUES

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Di cosa si tratta

Oggi parleremo del baby blues, una condizione che riguarda le mamme e che si verifica molto frequentemente dopo il parto.

Tale condizione richiede un’attenzione particolare dal momento che compromette il benessere delle mamme e, di conseguenza, può interferire con la loro capacità empatica nei confronti dei bambini. A tal proposito è importante sapere bene di cosa si tratta ed è fondamentale saper stare vicino a mamma e bambino nel modo corretto fornendo un sostegno tempestivo.

Il baby blues, detta sindrome del terzo giorno, è una condizione fisiologica, direttamente conseguente al drastico cambiamento ormonale nelle ore successive al parto (crollo degli estrogeni e del progesterone) e alla spossatezza fisica e mentale dovuta al travaglio e al parto.

Tra i sintomi che la caratterizzano possiamo trovare deflessione timica di grado lieve, sentimenti di inadeguatezza rispetto al proprio ruolo di madre, crisi di pianto, irritabilità, ansia e insonnia.

L’incidenza è tra il 50 – 80% delle donne ed emerge tipicamente 2-3 giorni dopo il parto per poi scomparire entro un decina di giorni circa.

Differenza con depressione post partum

E’ importante comprendere come con il parto la donna affronta un periodo di regressione necessario all’accudimento del bambino: torna “piccola” perché solo facendosi piccola riesce ad intercettare i bisogni del neonato.

Tutto ciò la pone in uno stato di assoluta fragilità, di paura e di disorientamento. Da questo ne deriva una sensazione di perdita di sé e dei propri punti di riferimento.

Può accadere infatti che una donna faccia fatica ad accettare il nuovo ruolo di mamma e la necessità di mediare tra la sua precedente identità e la nuova, in cui includere anche la funzione materna. E’ una fatica che le donne vivono con intensità e tonalità diverse e che possono avere la connotazione di un malessere fisiologico e passeggero, come il “baby blues”, o diventare un “vuoto” maggiormente significativo da un punto di vista clinico.

Nei casi più estremi il baby blues può sfociare in depressione post partum il quale si distingue dal primo innanzi tutto per il fatto che lo stato di umore alterato dura molto di più di 10 giorni.

La neomamma è in questi casi colpita da uno stato di malessere profondo ed invalidante, che si può manifestare con una sensazione di tristezza continua, ansia, preoccupazione ingiustificata ed eccessiva nei confronti del bambino o al contrario totale disinteresse verso il neonato.

Per formulare diagnosi devono essere esserci almeno 5 dei seguenti sintomi, presenti e persistenti per almeno due settimane per quasi ogni giorno con esordio nel post partum (nelle 4 settimane successive al parto): umore depresso, perdita della capacità di provare piacere, modificazione peso e/o appetito, alterazione del sonno (aumento/riduzione tempi di sonno), faticabilità o mancanza di energie, sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccesivi o inappropriati (che possono essere deliranti), quasi tutti i giorni (non semplicemente autoaccusa o sentimenti di colpa per il fatto di essere ammalato/a), riduzione della concentrazione, pensieri ricorrenti di morte e/o progettualità di suicidio, agitazione/ rallentamento psicomotorio.

A volte la depressione inizia a manifestarsi anche tre, quattro mesi dopo il parto.

Studi prospettici hanno dimostrato che i sintomi dell’umore e dell’ansia durante la gravidanza, così come il baby blues aumentano il rischio per un episodio depressivo maggiore post partum.

E’ pertanto importante prestare attenzione al riconoscere le donne con baby blues ed effettuare un controllo a distanza di un mese per valutare l’andamento dei sintomi e la loro evoluzione.


Consigli pratici

Come già accennato, il baby blues è una condizione transitoria e pertanto scompare da sola.

Tuttavia è di fondamentale importanza che coloro che sono vicini alla neomamma siano in grado di fornirle sostegno e di dare ascolto ai suoi sentimenti e alle sue paure.

E’ opportuno fornire il giusto grado di informazione in merito a questa delicata fase e dare consigli utili su come rassicurare e supportare le mamme.

Inoltre, risulta essere molto efficace il contatto pelle a pelle col neonato.

Sono molto utili, già prima del parto, interventi di psicoeducazione, utili a informare la futura mamma circa i sentimenti e le emozioni che proverà. Tale intervento permette inoltre di fornire strumenti per far fronte ai momenti di difficoltà.

Spesso le neomamme provano vergogna nel confidare il proprio malessere agli altri, ma è invece di fondamentale importanza evitare la chiusura e l’isolamento.

A livello invece più pratico, la neomamma non deve dimenticarsi di mantenere una dieta regolare, di riposare quando è possibile, di farsi aiutare nelle faccende domestiche e di dedicare del tempo a se stessa e alla coppia.

Più complesso risulta invece l’intervento sulla depressione post partum.

In quest’ultimo caso è fondamentale agire sia a livello di prevenzione con intervento psico-educativo e di sostegno sociale sia, in seguito, con trattamenti veri e propri (terapia individuale, terapia di gruppo, terapia psicofarmacologica).
In letteratura inoltre è possibile trovare numerosi studi a testimonianza dell’ efficacia nel caso delle depressione post partum degli interventi a domicilio . Tali interventi possono essere condotti sia a scopo preventivo tramite visite domiciliari (ad esempio durante il periodo prenatale) sia a scopo terapeutico quando la depressione post partum è già conclamata.

C’ERA UNA VOLTA …

C’ERA UNA VOLTA … 719 480 Neogenes

5 MOTIVI PER CUI LE FIABE SONO IMPORTANTI PER I NOSTRI BAMBINI

Non è mai troppo presto per iniziare a condividere con i nostri bambini il momento della lettura a alta voce di una favola.

A tal proposito è bene evidenziare come già ad un anno, i bambini sono in grado di ascoltare e comprendere brevi e semplici racconti, per esempio piccoli libricini illustrati. Con il passare dei mesi aumentano poi le capacità dei piccoli di prestare attenzione a racconti sempre più complessi. Intorno ai 2-3 anni l’interesse è focalizzato su storie che rimandano alle attività quotidiane, (mangiare, dormire, vestirsi, giocare ecc.), a 4-5 anni il bambino diviene capace di identificarsi con storie riguardanti fate, principesse, cavalieri, maghi, animali.

E’ evidente che raccontare o leggere una favola rappresenta un momento divertente e piacevole sia per noi sia per i piccoli lettori.

Il narrare-ascoltare arricchisce potentemente la relazione affettiva fra adulto e bambino, rendendola più forte e più profonda. Solo questo motivo basterebbe, per dedicarvi del tempo.

Tuttavia, è importante sapere che esistono altre buone ragioni per le quali dovremmo incentivare il racconto o la lettura di storie.

Qui di seguito trovate alcuni di questi i motivi per i quali le fiabe siano così fondamentali per la crescita dei nostri figli.

1_ Le favole stimolano l’immaginazione

Oggi i bambini sono sempre più attratti da videogiochi, televisione ed internet, strumenti che forniscono stimoli forti e accattivanti, ma che non sono in grado di attivare nei bambini il motore della creatività, assegnando loro solamente il ruolo di fruitori passivi. Al contrario, le storie permettono di stimolare l’immaginazione, di inventare ciò che non c’è, di confrontarsi con le potenzialità dei personaggi e le innumerevoli possibilità della fantasia.

2_ Le fiabe insegano a riconoscere, a gestire e a bonificare le emozioni

E’ fondamentale comprendere come, durante il racconto, il bambino tenda a riconoscersi ed identificarsi nei protagonisti. Entra in questo modo in contatto con le diverse emozioni provate dai personaggi, le sperimentata, impara a riconoscerle, a nominarle e a esprimerle.

La favola permette di mantenere la giusta distanza, tanto ben evidenziata dal “c’era una volta…in un paese lontano lontano…”, che permette di entrare in contatto con le emozioni facendo tuttavia in modo che non abbiano un impatto troppo forte sui piccoli lettori. Questi sentimenti, incontrati nella fiaba come se fossero esterni alla realtà vissuta dal bambino, divengono più facilmente accettabili e meno spaventosi.

E’ importante ricordare che la capacità di riconoscere, dare un nome e gestire le emozioni non è innata ma si struttura a seguito delle interazioni con le figure di riferimento del bambino.

Tramite le favole i bambini entrano in contatto empatico con le emozioni provate dai personaggi e, per analogia con le proprie. Per mezzo dell’immedesimazione il bambino vive le avventure narrate quasi come se quell’esperienza la stesse facendo lui.

Tramite la presenza rassicurante dell’adulto il bambino impara inoltre a bonificare le emozioni negative, la frustrazione e le difficoltà. Tale competenza appresa indirettamente tramite le favole, sarà poi messa in pratica nella vita quotidiana.

3 _ Le fiabe facilitano lo sviluppo cognitivo

È evidente che il bambino al quale vengono frequentemente lette o raccontate storie, trovandosi assiduamente in contatto con il linguaggio parlato e scritto, ne acquisisca maggiore familiarità, e sviluppi più precocemente la capacità di comprendere e produrre frasi articolate.  

Attraverso la lettura del libro, inoltre, i piccoli lettori hanno la possibilità di apprendere i rapporti spazio-temporali, il senso delle proporzioni, di sviluppare la memoria e la capacità di attenzione e di concentrazione.

4_ Le favole contribuiscono allo sviluppo morale

Le fiabe rappresentano un veicolo della trasmissione di valori positivi (onestà, sincerità, generosità, coraggio, solidarietà …) e permettono di sanzionare i disvalori (ingordigia, invidia, inganno, superbia).

Il bambino, nell’ascolto di storie, impara a distinguere le azioni buone da quelle cattive. Tali insegnamenti forniti dai racconti rappresentano una bussola che permette al bambino di guidare la propria condotta e le proprie scelte future e di valutare gli accadimenti della vita.

L’adulto, tramite la lettura condivisa ha pertanto l’occasione fondamentale di porre le basi dello sviluppo morale del proprio bambino trasmettendo il proprio sistema di valori e le regole di condotta alle quali dovrà attenersi.

5_ Le favole trasmettono fiducia in sé stessi e speranza.

L’identificazione, permette inoltre al bambino di sperimentare una condizione di fiducia e speranza: come accade a lui, anche il personaggio della storia narrata vive difficoltà spesso analoghe, per le quali, nonostante gli ostacoli e le peripezie incontrate nel suo cammino, sarà in grado di trovare una soluzione. Tramite le favole è possibile pertanto sperimentare l’assunto per cui esiste sempre una soluzione ai problemi.  

Celebre e esemplificativa è la citazione dello scrittore G.K. Chesterton: “Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. Perché i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti”.

Perché i bambini chiedono di leggere sempre la stessa favola?

Capita spesso che i nostri bambini ci richiedano ogni sera lo stesso rituale, stesso libro, stessa fiaba, stesse parole.

Dietro a questa richiesta si nasconde il fatto che quando nostro figlio sceglie una fiaba in particolare significa che quella storia ha il potere di coinvolgerlo emotivamente e che, per qualche motivo, descrive le sue emozioni. Questo mette in luce il ruolo chiave svolto dalle fiabe che permettono di entrare nel mondo a volte un po’ offuscato dei nostri piccoli, nel groviglio delle loro emozioni ancora indefinite che ancora non sanno esprimere. Fondamentale è per noi adulti saperle riconoscere e coltivare nel modo corretto.

LO SVILUPPO LINGUISTICO

LO SVILUPPO LINGUISTICO 1000 667 Neogenes

Le fasi dello sviluppo linguistico

I bambini possiedono competenze comunicative già molto tempo prima della comparsa delle prime parole.

Basti pensare a come il bambino a 2 mesi sa già come segnalare, a chi si prende cura di lui, bisogni di ordine fisiologico attraverso il pianto, gli sbadigli e i sorrisi.

Con le prime vocalizzazioni poi il neonato è in grado di inserirsi e rispettare i turni verbali del genitore (proto conversazioni).

Intorno ai 6-7 mesi il bambino emette prima i vocalizzi e poi la lallazione canonica, fase in cui produce sequenze consonante-vocale con le stesse caratteristiche delle sillabe, spesso ripetute due o più volte (“mamama”). Successivamente, tra i 9-10 mesi, alla lallazione variata o babbling, in cui produce delle sequenze sillabiche complesse (“bada”).

Nei mesi successivi fanno la loro comparsa le onomatopee, ossia emette i suoni degli oggetti, piuttosto che l’etichetta verbale, la quale verrà acquisita successivamente. Ad esempio dice “brum-brum” per indicare la macchina oppure “ciuf-ciuf” quando vede un treno.

Verso il compimento del primo anno di vita, il bambino capisce che può comunicare anche attraverso la mimica. I suoi gesti più frequenti sono i baci mandati ai familiari, il gesto di salutare con la mano o indicare gli oggetti. E’ proprio in questo periodo che fanno la loro comparsa anche le prime parole, ma solitamente è necessario aspettare i 18-24 mesi perché si verifichi quella che la Montessori definiva “l’esplosione del vocabolario”.

Teoria a parte, è necessario precisare che lo sviluppo comunicativo e linguistico del bambino avviene secondo una serie di fasi che si succedono in un determinato ordine, condiviso da molti bambini ma al tempo stesso è caratterizzato da grandissime variabili individuali che riguardano non solo i tempi ma anche i modi e le strategie di apprendimento.

Come possiamo aiutare i nostri bambini a imparare a parlare?

“Per poter apprendere il linguaggio il piccolo ha bisogno di avere vicino una mamma ‘sufficientemente buona’” Con queste parole D. W. Winnicott, pediatra e psicoanalista inglese ha voluto evidenziale il ruolo chiave giocato dalle figure di riferimento del bambino, le quali hanno il compito di supportarlo nello sviluppo linguistico.

Di seguito alcuni consigli pratici:

1. Evitate il bambinese

E’ importante utilizzare un linguaggio corretto senza imitare quello del bambino. E’ consigliabile pertanto evitare frasi del tipo “Vuoi bubu’?- Vuoi dodo?”.

2. Date un nome alle cose

I bambini imparano dagli adulti per imitazione. E’ importante pertanto sforzarsi di nominare sempre le cose con il loro nome. Quando porgiamo un oggetto al bambino nominiamolo lentamente, formulando frasi semplici del tipo “vuoi la pallina?”. La semplicità e la chiarezza permettono al bambino di collegare i suoni all’oggetto.

3. Descrivete le azioni condivise

Imparate a descrivere al bambino le azioni quotidiane legate ad esempio all’alimentazione e all’igiene personale.

Rivolgetevi al vostro bambino dicendo: “Ora ti metto sul seggiolone, mettiamo la bavaglia e prendiamo il piatto e il cucchiaino…”.

Questa abitudine permette da un lato di sviluppare le competenze linguistiche imparando il nome delle cose, dall’altro di essere rassicurato circa le pratiche quotidiane che spesso lo intimoriscono.

4. Leggete le favole

Il consiglio è quello di leggere insieme un libro semplice e con le illustrazioni.

La lettura condivisa rappresenta un momento di vicinanza affettiva che gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo del linguaggio.

Provate ad esempio a leggere con il bambino un libro illustrato o un libro con le finestrelle coinvolgendo il bambino nella lettura con frasi del tipo “Perché il bimbo piange? cosa gli dice la sua mamma?

5. Cantate

Insegnate canzoncine ai vostri bambini. La musica rappresenta infatti un’occasione per imparare divertendosi. Particolarmente utili sono le canzoni a due voci. La più celebre è ad esempio “Nella vecchia fattoria”in cui il bambino interagisce imitando i versi degli animali. 

E se mio figlio proprio non parla?

Come accennato, ogni bambino ha il proprio percorso evolutivo con caratteristiche e tempistiche del tutto personali. Nella maggior parte dei casi il bambino inizierà a parlare spontaneamente nel giro di poco tempo.

Esistono tuttavia alcuni indicatori che rappresentano dei campanelli d’allarme e che permettono di ipotizzare un ritardo nello sviluppo del linguaggio. Questi sono rappresentati ad esempio da:

  • Assenza della lallazione.
  • Scarsa comunicazione gestuale.
  • Difficoltà nella capacità di comprendere il linguaggio, oltre che a parlare.
  • Lessico scarso e conoscenza di un numero inferiore a 15 parole intorno ai 18 mesi e di 50 parole intorno ai 24 mesi.
  • Scarsa capacità di formulare frasi complete e di esprimersi in modo chiaro.

In presenza di questi indicatori si può sospettare un disturbo della comunicazione e intervenire per aiutare il bambino chiedendo consulto ad un logopedista.

E’ bene inoltre, rivolgersi al proprio pediatra per verificare l’utilità di alcuni controlli quali ad esempio controllo dell’udito, eventuali infezioni dell’orecchio, controllo delle reazioni agli stimoli sonori.

COME CRESCERE BAMBINI SICURI

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Cos’è l’autostima e come nasce la fiducia in sé stessi?

Possiamo definire l’autostima come l’insieme dei giudizi valutativi che l’individuo dà di se stesso (Battistelli, 1994).

E’ importante sottolineare come le basi dell’autostima siano poste già durante la prima infanzia. Nello specifico, un ruolo chiave nello sviluppo della fiducia in sé stessi è svolto dalle prime interazioni con le figure genitoriali.

Strettamente connesso all’autostima è il senso di autoefficacia (Bandura, 2000) ossia la fiducia nelle proprie capacità di riuscire a portare a termine qualsiasi obiettivo e di avere successo.

L’autostima si forma nei primi mesi di vita del bambino e cambia la sua manifestazione con il variare dell’età. Nei bambini al di sotto dei due anni, infatti, nasce a partire dalle figure genitoriali che, se in grado di rispondere in maniera amorevole ai bisogni del bambino, permetteranno a quest’ultimo di sviluppare un senso di sé come degno di amore e dell’altro come in grado di fornire protezione e cura.
Dai 2 anni in avanti, l’autostima si concretizza nella sensazione di poter padroneggiare gli oggetti, i movimenti e di essere efficaci.

Perché è importante essere attenti al livello di autostima dei nostri figli?

Il senso di fiducia nelle proprie capacità rappresenta un’arma vincente e uno strumento per il successo e la piena realizzazione di sé.

Secondo lo psicologo e pedagogo francese Bruno Hourst è proprio la mancanza di autostima il maggior freno allo sviluppo e all’espressione delle proprie capacità.

La convinzione di essere all’altezza delle varie situazioni permette di gestire il rapporto con la realtà e di trarre il massimo vantaggio dalle proprie potenzialità e dalle opportunità ambientali.

Le convinzioni di autoefficacia incidono sulle scelte e sui livelli delle prestazioni.

Infatti, bambini che hanno un basso livello di autostima esagerano le difficoltà, esasperano le avversità, predisponendosi al fallimento. Al contrario, i bambini con un livello di autostima elevato, sono in grado di cogliere le difficoltà come sfide e sono in grado si impegnarsi a fondo per portare a termine i propri obiettivi.

Come possiamo crescere bambini sicuri?

Un ruolo chiave nello sviluppo dell’autostima è svolto dai genitori che possono aiutare il proprio bambino a crescere sano e forte non solo nel fisico ma anche nello spirito, ossia consapevole del proprio valore e delle proprie potenzialità.

Gli studi in psicologia si sono concentrati sull’indagare la forte relazione esistente tra gli stili educativi genitoriali e i comportamenti dei figli.

Ciò che è emerso è che lo stile educativo più adeguato è quello autorevole, in opposizione a quello autoritario o troppo permissivo.

I figli di genitori autorevoli mostrano alti livelli di fiducia in sé stessi, sanno autocontrollarsi e hanno spiccate competenze sociali. Tali livelli di autostima nascono dal fatto che i genitori autorevoli pongono ai figli obiettivi elevati ma raggiungibili e assegnano loro delle regole precise spigandone la motivazione. Genitori con questo stile educativo accettano che i bambini possano esprimere il proprio punto di vista, anche se non è detto che debba essere accettato.

Al contrario, uno stile genitoriale troppo permissivo, in cui non vengono fornite direttive, o autoritario, in cui l’adulto impone le proprie regole e esercita il proprio potere senza alcuna possibilità di confronto, provoca effetti negativi sul comportamento dei figli. Quest’ultimi si dimostreranno incapaci di assumersi le responsabilità delle proprie azioni e saranno poco propensi a porsi degli obbiettivi da raggiungere.

Suggerimenti pratici

Saper dire di no

I bambini non sono più felici se vengono sempre accontentati. Ricordiamo che, per quanto sia emotivamente difficile, saper dire di no ai propri figli significa educarli alla presenza dei limiti e ad interrompere l’illusione che “tutto sia possibile”.

Tali limiti rappresentano un “contenitore”, uno spazio chiaro e definito nel quale muoversi in sicurezza.

E’ importante ricordare che un genitore che trasmette delle regole e dei confini permette al proprio figlio di sentirsi al sicuro e che ha un valore. Ciò che è importante è farlo nella maniera corretta e fargli sentire che il genitore è lì, sempre presente e pronto a mettersi in gioco.

Spiegare il perché delle regole

E’ fondamentale che i genitori stabiliscano delle regole chiare. Queste non dovranno essere ritenute corrette e imposte senza dare alcuna spiegazione ma è opportuno lasciare sempre uno spazio per la discussione e per l’espressione delle proprie opinioni da parte del bambino.

Assegnare obiettivi raggiungibili

Un obiettivo troppo elevato porterebbe il bambino a scoraggiarsi e pensare di non essere all’altezza.

Un obiettivo difficile da raggiungere ma, adeguato alla sua età e alle sue competenze, incrementa il senso di efficacia e di fiducia nelle proprie capacità.

Festeggiare i successi

Spesso i genitori tendono a rimarcare più spesso le sconfitte rispetto alle buone riuscite perché è tendenza comune pesare che il successo è “normale” mentre l’errore è “anormale”.

Inoltre, mentre la modestia è considerata una dote, il vantarsi è visto come qualcosa di negativo. E’ importante invece festeggiare e ricordare i successi in quanto aiuta a crescere e a consolidare la fiducia in sé stessi.

Criticare i comportamenti ma non il bambino

Quando i bambini sbagliano o infrangono una regola è importante far notare loro l’errore commesso senza esprimere giudizi relativi al loro valore o alla loro persona.

Assegnare premi e punizioni

E’ importante che le regole siano condivise e comprese in maniera chiara con i propri figli.

I premi rappresentano un incentivo a ripetere il comportamento apprezzato dai genitori, le punizioni rappresentano un rinforzo negativo affinchè il bambino eviti di infrangere nuovamente una regola.

I premi e le punizioni sono uno strumento importante poiché insegnano ai nostri figli le conseguenze delle proprie azioni, positive o negative che siano, e li preparano al rispetto delle regole che sono alla base della realtà sociale.

Non essere iperprotettivi

Proteggere eccessivamente i nostri figli con frasi del tipo “stai attento che ti fai male!”o comunicando le nostre paure con i nostri comportamenti genera bambini insicuri.

Al contrario, lasciare che i bambini facciano esperienza e si confrontino con i pericoli provando a superarli da solo, fa sì che acquisiscano sicurezza e fiducia delle proprie capacità.

Fargli coltivare i suoi talenti

Ricordiamo che la scuola è importante ma i voti non rappresentano un metro di misura del loro valore e delle loro capacità. L’esempio più celebre è rappresentato da Einstein che fu giudicato uno studente mediocre dai suoi professori.

Fondamentale, per preparare un bambino alla vita, è far sì che trovi le proprie passioni e coltivi i sui talenti.

Semplicemente bambini

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PRESENTAZIONE Questa rubrica nasce dalla voglia di raccontare e descrivere il meraviglioso mondo dei bambini alla luce dei principali contributi che la letteratura in psicologia ci fornice.

L’intento è quello di far comprendere che il bambino, come sosteneva J. Piaget, psicologo e pedagogista, “non è un adulto in miniatura”, ma ha caratteristiche proprie e una struttura mentale che non lo rende per capacità inferiore ad un adulto, ma semplicemente diverso.

Sono poi forniti dei consigli pratici che ci aiutano a comprendere meglio i nostri figli e ad approcciarci a loro nella maniera più adeguata.

L’AUTRICE: ALESSIA MADONIA

Su di me, il mio grande interesse per i meccanismi della mente umana e la voglia di occuparmi delle persone affinché possano superare le difficoltà ed essere soddisfatte della loro vita, mi ha portato ad intraprendere gli studi in Psicologia presso le Università di Milano Bicocca.

Nel corso degli anni mi sono poi specializzata in Psicologia Clinica e Neuropsicologia.

Ho lavorato come responsabile risorse umane e recruiter seguendo le attività di diverse aziende clienti del milanese.

La passione per i bambini mi ha portato ad approfondire le mie conoscenze in merito all’età evolutiva e a maturare diverse esperienze nell’ambito della tutela dei minori.

Ho lavorato presso cooperative e centri specializzati nella diagnosi e cura della patologia post traumatica.

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